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Fabrizio: rap in ogni Fibra del suo corpo

Vent'anni di grandi successi che hanno cambiato per sempre la storia della musica italiana. Col suo ultimo lavoro "Il tempo vola 2002-2020" Fabri Fibra ripercorre le tappe più importanti della sua carriera.

Sull’onda montante generata dal fenomeno Mondo Marcio, tocca ora al più scafato Fabri Fibra tentare l’assalto ai piani alti delle classifiche con un singolo a presa rapida come “Applausi per Fibra”, facile e accomodante quanto basta per far breccia nell’etere.

Certo è che Fabrizio Tarducci, questo il nome dell’uomo che si cela dietro alla sigla Fabri Fibra, è tutt’altro che un esordiente alle prime armi pronto ad obbedire agli appetiti della major di turno: alle sue spalle, un’adolescenza spesa a bazzicare i circuiti dell’hip hop più underground, la consueta trafila di autoproduzioni e collaborazioni più o meno illustri, due buoni dischi di rap scollacciato e intransigente (“Turbe giovanili” e “Mister simpatia”) e infine l'approdo in casa Universal.

Una parabola che giunge oggi alla sua consacrazione con questo “Tradimento”, un album che certifica le enormi potenzialità “mainstream” del rapper, senza per questo rinunciare al piglio ferocemente caustico di sempre. E difatti il rapping rimane sprezzante e sbrindellato, torrenziale e schiacciasassi, uno scatafascio di parole snocciolate con faccia tosta e lingua biforcuta, ottimamente corroborate dagli ipnotici groove allestiti da Fish (ex Sottotono).

La carne al fuoco è tanta e il rischio assuefazione (o indigestione, a seconda dei gusti) garantito da una sequenza di innodie rap sfacciate, a cominciare da una più che esplicita dichiarazione d’intenti come “Rap in guerra” (“Se c’è una cosa che odio è il rap positivo/ quando penso che esisto già mi nausea essere vivo”), passando per lo sdegno generalizzato di “Mal di stomaco”; la misoginia senza remore di “Ogni donna” (così recita il personale teorema di Fibra, che parafrasa quello ben noto di Ferradini: “Prendi una donna normale e urlando trattala male/ falle capire che potresti anche impazzire per lei/ ma che purtroppo sei impegnato insieme ad altre 26”) o ancora il caracollare reggae de “La pula bussò” (la Bertè ringrazia), e siamo solo a un quarto del programma. Quanto al resto, è tutto un roboante florilegio di rime in caduta libera e ritmiche martellanti (“Su le mani”, “Rompiti il collo”, “Il triangolo sì”, altri possibili singoli destinati ad occupare l'airplay), e poco importa se alla fine ciò che resta è solo un senso di confuso stordimento, uno spaccato di esistenzialismo hip hop sbracato e rabbioso che incarna alla perfezione un po’ tutti i tic e i cliché del genere: ribellismo e disimpegno, omofobia e machismo, imprecazioni e sussulti ormonali (e sì che il rap è poesia urbana, grezza e poco propensa alle raffinatezze linguistiche, certi fraseggi però sono imperdonabili).

Fibra ha la grande capacità di leggere il presente riproducendolo in versi senza troppi giri di parole, il tutto con una sensibilità e una profondità che in pochi gli riconoscono. E soprattutto, con grande amore per la verità. Tra i temi trattati negli anni c’è proprio di tutto: un forte accanimento contro il divismo da youtuber, la depressione e le varie dipendenze, l’egomania del nuovo millennio, la grana e la fama, e tanto tanto altro.

Fibra non solo è considerato da molti il rapper per eccellenza, il veterano, alcuni addirittura lo definiscono “l’eminem d’Italia”, il padre di tutti i rapper.

Fabri Fibra non è un rapper come gli altri, di quelli che fanno festa stappando magnum di champagne Cristal nei locali, scrivendo nei testi quanto sia bello essere ricchi e famosi, con macchinoni, denti d'oro e gioielli. È anche il numero uno. Il primo che nel 2006, con Tradimento, ha portato un disco hip hop sul podio più alto della classifica italiana, tra polemiche e scandali di chi non capiva un linguaggio nuovo per l'Italia. I più giovani però capivano. Quando cantava 'applausi per Fibra' era la storia di uno di loro che stava provando a realizzare un sogno ma lo faceva andando contro tutte le regole del (finto) 'buonismo' del mondo dello spettacolo. Il caso più unico che raro di uno che, anzi, il mondo dello spettacolo lo rifiutava.

 

-Mauro Cafasso


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