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La nuova Napoli

Da un punto di vista artistico, culturale e linguistico, il capoluogo della Campania ha una tradizione sterminata, fatta di immagini e suoni, un patrimonio soggetto a continuo rinnovamento e reinterpretazione, che fa invidia a intere nazioni.

Ogni luogo dotato di uno specifico carattere e che lascia il segno nella storia, nel bene e nel male, è soggetto a stereotipi e distorsioni. Napoli è una città che da questo punto di vista forse detiene il record, sia di narrazioni piene di luoghi comuni che di produzioni di immaginari ed estetiche che affascinano tutto il mondo. Da un punto di vista artistico, culturale e linguistico, il capoluogo della Campania ha una tradizione sterminata, fatta di immagini e suoni, un patrimonio soggetto a continuo rinnovamento e reinterpretazione, che fa invidia a intere nazioni che in secoli di storia non hanno prodotto nemmeno un millesimo di quello che ha sfornato Napoli anche solo negli ultimi cinquant’anni.

 

Avere meno di vent’anni e fare il rapper, come nel caso di Geolier, riuscire a emergere ben oltre i confini di un quartiere, imporsi come nuova tradizione – quella della scena rap napoletana, che ormai conta diversi esponenti di spicco – comporta anche lo scontro con l’immaginario che si ha di questa città, alimentato anche dall’interno. Come lui stesso spiega in alcune interviste, infatti, non è semplice nemmeno avere il coraggio di proporsi come protagonista attraverso una nuova forma musicale, contrapposta per certi versi alla tradizione ben radicata della musica neomelodica. Non è facile nonostante non sia davvero necessaria una predominanza di una sull’altra, anzi: è proprio questo carattere così forte della tradizione musicale partenopea che rende accattivante anche la sua declinazione rap.

Emanuele è un ragazzo nato nel 2000 che ha lavorato anche in fabbrica, che ha vissuto sulla propria pelle quello stato di relegazione e difficoltà condiviso da chiunque si ritrovi ad abitare luoghi simili, ma allo stesso tempo è nutrito da una spinta creativa e stimolante come quella che solo città come Napoli possono dare. Come spesso succede in questi casi, il paradosso fa da chiave interpretativa: da un lato la bruttezza sconfinata del disagio umano e sociale, dall’altro la spinta di un luogo che ha sempre sublimato nell’arte sia la gioia che il dolore. In questo senso, il rap e la cultura hip hop hanno fatto spesso da tramite tra ambizioni di rivalsa e realtà di sconforto – cosa che nelle immagini di Geolier risuona in modo particolarmente intenso.

 

Nei suoi video ci sono buste Dolce&Gabbana e palazzine popolari con l’intonaco scrostato: la contraddizione – un po’ come quella tra Geolier ed Emanuele – si fa palpabile, ed è proprio qua che sta il bello.

Di Napoli e delle sue follie pittoresche, infatti, l’arte trasmette da sempre un senso di contrasto, che genera una sorta di scontro inestinguibile tra la bellezza e la poesia di una lingua che con la musica ha una compatibilità innegabile e la stortura di una tradizione di abbandono, povertà, violenza. Una combinazione che, se da un lato rischia di affondarti e risucchiarti, dall’altro ti regala una marcia in più, una serie di capacità che nella pace e nella bambagia della vita tranquilla non si imparano: i napoletani di questo luogo comune hanno fatto una cifra stilistica, anche perché è uno di quei cliché che nella maggior parte dei casi risulta vero. Così, grazie anche a nomi di spicco in una scena che cresce sempre di più come quella supportata dall’etichetta indipendente BFM di Luchè, arricchendo la tradizione partenopea di nuovi fenomeni che sbancano a livello nazionale – basti pensare a casi ultra pop come quello di Liberato, per non rimanere confinati solo al rap – Napoli e le sue diramazioni, non solo geografiche, fa da protagonista nella contemporaneità della musica italiana

 

Davide Perrucci 

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