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Jurassic Park, analisi e riflessioni

Jurassic park, analisi e riflessioni sul blockbuster per eccellenza

 

 

 

 

Questa settimana la redazione di Cine Nerd vi offre un articolo su un film che ha contribuito a costruire quell'altare della cinematografia che è il Blockbuster, o Cult. Parliamo di Jurassic Park, pellicola amata da tutti, adulti nostalgici e bambini sognatori. E per farlo prendiamo spunto dall'analisi di Davide Persico, dal libro Steven Spielberg (a cura di Andrea Miunz). 

Ero piccola quando vidi Jurassic Park per la prima volta. Ricordo di essermi appassionata ai dinosauri grazie a questo film, e non penso di essere l’unica. In effetti, che si voglia o no, è stato un film di grande impatto all'epoca, diventando “un vero e proprio fenomeno di massa” che appassiona tutt'oggi.

 

Ma come mai è stato così determinante nella storia del cinema e nella cultura di un decennio e perché continua ad influenzare le nuove generazioni?

Tralasciando l’aspetto economico (per il film sono stati investite grandi somme in campagne pubblicitarie e merchandising), il fattore determinante è stato sicuramente “l’innovazione tecnica senza precedenti”. Come scrive Davide Persico, i dinosauri hanno sempre destato un certo fascino nell'immaginario collettivo, tanto da essere protagonisti di molti film (primo esempio è The Lost world del 1925 di Harry Hoyt, o King Kong nel 1933 di Cooper e Schoedsack) e molti romanzi di fantascienza. Ma, se prima la fusione e commistione di elementi immaginari e reali avveniva attraverso tecniche meccaniche e stop motion, con Jurassic Park (1993) assistiamo ad un’identificazione del reale con l’immaginario: grazie alla nascita della computer grafica, questo film segna un vero e proprio inizio di un nuovo modo di fare cinema ed ecco che improvvisamente i dinosauri nello schermo sono tanto veri quanto gli attori che recitano.

 

Questo è il fulcro attorno a cui gira in successo di Jurassic Park: ha ridefinito il concetto di immagine e realtà, “rilanciando un nuovo approccio al realismo”. Prima di Spielberg, autori come Bazin, Elsaessere o Buckland consideravano l’immagine fotografica come rappresentazione fedele della realtà, dove la mano creativa dell’uomo non era essenziale nella creazione di un’immagine del mondo. Jurassic Park ribalta tutto questo e il reale diventa dipendente dalla creatività del regista

Lo spettatore si ritrova improvvisamente immerso in una realtà in cui dinosauri ed esseri umani esistono allo stesso modo e nello stesso momento e quello che può provare non è nient’altro che lo stupore infantile e genuino del bambino alle prese con la scoperta del mondo. Forse è proprio per questo che Jurassic Park appassiona grandi e piccoli: le fantasie e i sogni dei bambini diventano realtà e l’adulto ormai impegnato nella vita grigia e monotona può respirare quella sensazione di gioia infantile e ritrovare un po’ di spensierata freschezza. È un classico della regia di Spielberg, ed è il fattore che ha reso così famosi i suoi film, quello di dare alle sue opere un tono nostalgico che celebra il fantastico, l’infanzia, l’adolescenza. Lo vediamo in E.T., in The Goonies o in Back to the Future. Questa caratteristica rende i suoi lavori, oltre che magici, riconoscibili all’istante, tanto da aver dato vita al termine “spielberghiano”. 

Tornando a parlare in maniera più specifica di Jurassic Park, Davide Persico tratta un argomento che è stato per me un grande spunto di riflessione. Fin dalla scena iniziale assistiamo ad una continua “lotta” tra dinosauri e uomo, tra “due realtà contrapposte”. Per tutta la prima parte del film l’essere umano sembra avere la meglio: il Dottor Hammond riporta in vita una specie estinta e la rinchiude in un enorme parco, credendo di poterla controllare. L’uomo che gioca a fare Dio. Anche dalle riprese e dalle scene si può evincere questo messaggio: l’uomo è il protagonista assoluto dell’inquadratura, i dinosauri si vedono a malapena; del velociraptor nella gabbia è visibile solo il suo occhio e durante la visita guidata nel parco i protagonisti non riescono ad osservare nemmeno un esemplare. “È previsto che si vedano dinosauri nel suo parco dei dinosauri?” è una delle tante frasi ormai entrate nell'immaginario del film. Nonostante questo, si percepisce una certa precarietà nella figura autoritaria dell’uomo che cerca di avere tutto sotto controllo. È chiaro fin da subito che i dinosauri non saranno solo spettatori in questa storia, ma anzi, ne diventeranno i protagonisti principali. E infatti accade il prevedibile: i recinti, che avrebbero dovuto tenere in gabbia il pericolo, si rompono e per i nostri amici inizia la fuga dal parco. D’ora in poi la ripresa cambia: i dinosauri sono inquadrati dal basso in tutta la loro magnificenza e aggressività mentre cercano di mettere in chiaro il loro ruolo dominante. E qui possiamo leggere, secondo me, il messaggio principale del film: fin dalla nascita delle prime civiltà, l’essere umano ha sempre cercato di governare e sovvertire le leggi della natura. Spielberg ci dice chiaramente che essa è in realtà incontrollabile, incorreggibile e che ogni sforzo l’uomo possa fare per comandarla, con le scoperte tecnologiche, industriali, urbanistiche, gli si ritorcerà contro. “Che cosa c’è di grandioso nella scoperta? È una penetrazione attiva che… ferisce ciò che esplora. Quella che lei chiama “scoperta” è uno stupro del mondo della natura!”. Questa frase di uno dei protagonisti echeggia per tutto il film e ci fa riflettere sull'esistenza dell’essere umano e sul suo ruolo nel mondo: non ha riportato in vita nessuna specie estinta ma purtroppo sta contribuendo all'estinzione di molte altre. In quest’ottica Jurassic Park è molto attuale.  

Indubbiamente il film ci pone di fronte a grandi quesiti: l’uomo è destinato ad estinguersi? E quando? E per quale motivo? Forse non avremo mai risposte certe, ma probabilmente la natura verrà a chiederci il conto. Per ora noi di Cine Nerd vi consigliamo di ri-vedere (o correre a vedere se non lo avete ancora fatto) questo film e dirci nei commenti cosa ne pensate. 

 

-Sara Petrillo 

 

Tag: #cinema #analisi #Spielberg

 

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